Siamo a inizio anno ma ormai alla fine di Gennaio , il mondo ovale comincia a interrogarsi sugli esiti del RUGBIO4 prossimo torneo delle  6 Nazioni  che vede impegnata tra le altre compagini quella italiana. La stessa esce fuori a testa alta dall’ultima manifestazione ma con le ossa un po’ rotte dai test estivi, dove non si è fatta proprio una bella figura, anzi. Certo l’impegno con Australia,  Argentina e Fiji  è da sempre per noi proibitivo, inutile illudere le masse,  e anche nel terzo incontro non abbiamo brillato sul campo. Puniti dalla fisicità che è ormai tipica di questo sport, ma non ci appartiene, paghiamo scelte errate accumulate negli anni, la prima quella di passare al professionismo vero. Sin quando ci si affidava a gruppi al limite del dilettantismo, abbiamo brillato, meritandoci lodi ed elogi sino ad arrivare alla concessa partecipazione al torneo che per noi è ha cambiato nome in  6 Nazioni. Da quel punto in poi, quando i soldi sono arrivati a fiumi la capacità manageriale ha applicato appieno il sistema Italia, cioè improvvisazione  affidandosi all’inventiva del gruppo e alle scelte del dirigente di turno. Ci si è quindi preoccupati di favorire l’afflusso dei denari, senza preoccuparsi che alla base il rugby movimento langue nei nostri campi, e se anche due squadre di super professionisti italo-mondiali partecipano stipendiati a tornei d’elite, il resto muore in formazioni che avvalendosi  comunque di stranieri, toglie la ribalta ai giovani. Quest’ultimi sono stati smistati in strutture di crescita, chiamasi Accademie, che però non offrono il benché minimo risultato. Nelle società i vivai sono ignorati impegnandosi in acquisti che arrivano all’arruolamento anche di giocatori statunitensi: chi invece si affida più o meno ai propri vivai, non va al di la della presenza in fondo alla classifica.

Il giocattolo mostra ormai segni di usura e sconforto: ecco che dapprima il sig. Locicero, una  volta abbandonato il clan, rivolge serie invettive al gruppo denunciando mafie da spogliatoio, mentre proprio alla vigilia del torneo il sig Castrogiovanni (piazzato al Tolone) nicchia a proposito delle Accademie affermando tra i capelli al vento che ne abbiamo più che in Nuova Zelanda…

 La nostra situazione penso sia quella dei sopravvalutati, cioè concorriamo in un’elite che non ci compete, ed è inutile che ciclicamente si propinano pubblicità dove si esaltano le qualità di questo sport come la maglia, l’appartenenza, l’orgoglio, ormai solo parole che servono a mala pena nel minirugby per motivare i “munelli”. Chi è appena più grande e ha la fortuna di giocare in un grande club sa che  sarà sempre relegato alla sua provincialità, e solo poche unità accederanno alle fasi ovali importanti ed internazionali.

Forse un bel ridimensionamento del movimento non potrebbe che far del bene allo stesso. Le società in primis dovrebbero favorire la richiesta a voce alta  di realizzare un campionato di franchigie, al massimo sei, con elementi  presi dai territori senza dover pronunciare nomi impossibili. Negli anni gli oriundi hanno prodotto solo tanta confusione, anche nel calcio da dove si è preso esempio: ma lì esiste tutto un sottobosco fatto di numeri altissimi di partecipanti e di dirigenti che girano per trovare “il campione”…

Nel rugby pochi fortunati sotto le direttive delle società arruolano in Accademie giovani che difficilmente arriveranno alla massima formazione…qualcuno si è mai domandato che fine fa il restante gruppo di giovani promettenti?

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