Quando quella estate del 1933, mi imbarcai dalla Sicilia, dove sono nata, insieme ai miei genitori e ai miei due fratelli, su una gran­de nave passeggeri piena di persone che salutavano, agitando le braccia, i paren­ti ed amici che piano piano si facevano sempre più piccoli sul molo, mi sembra­va di partire per una meravigliosa av­ventura. Non potevo sapere che quella avventura sarebbe durata quasi quaranta anni, e che la mia vita sarebbe stata se­gnata per sempre da quell’inatteso viag­gio in mare. Eravamo diretti in Libia, italiana ormai da più di venti anni, dove mio padre, che era operaio edile, era stato chiamato per lavoro da un conoscente che aveva avviato lì una ditta di costruzioni. manonna

La nostra casa si trovava ad Ain Zara, un paese ad una decina di chilometri da Tripoli, circondato da un’arida campa­gna. Le condizioni di vita in generale non erano delle più rosee: nonostante fossimo abituati al clima della Sicilia, alcune volte la calura sembrava vera­mente insopportabile e per andare a scuola ed al catechismo dovevamo per­correre a piedi lunghe distanze attraver­so viottoli sconnessi. Nonostante tutto, però, io e i miei fratelli ci siamo ambientati abbastanza veloce­mente e abbiamo stretto subito amicizia con i figli delle altre famiglie di italiani trasferitisi lì come noi. I contatti con le famiglie arabe del posto, in realtà, era­no per noi bambini praticamente mesi-stenti, anche se ricordo vagamente che, quando accompagnavo mia madre a comprare le uova fresche da una donna araba che abitava in una zeriba (come si chiamavano i gruppi di casupole arabe), mi colpiva la gentilezza ed il rispetto con cui sì rivolgeva a noi. Mentre, du­rante quelle brevi visite, mia madre mi teneva sempre vicino a sé, tutt’intorno i ragazzini del posto correvano qua e là scalzi e mi sbirciavano, forse incuriositi delle differenze che notavano nei miei vestitini. Mio padre invece, nelle sue giornate di lavoro, trascorse a fianco anche di ope­rai arabi del posto, imparò pian piano a conoscerne il modo di fare ed alcu­ne abitudini, come quella, per esempio (come c  raccontava la sera, mentre era­vamo a cena) di prepararsi inderogabil­mente il tè, a certe ore prestabilite, ed in tutte le condizioni, anche nei momenti della costruzione in corso che potevano apparire meno opportuni. Quando, con mia madre, andavamo a Tripoli per qualche commissione, la cosa che più mi piaceva era il Suk el Turk, tradizionale bazar arabo dove, in mezzo ad una confusione indescrivibile, era esposta merce di ogni genere, oltre a tappeti di pregio, oggetti d’ebano, ed anche preziosi pezzi d’argento che veni­vano lavorati sul posto e che luccicavano sotto il sole.

In Libia sono cresciuta. Terminate le scuole elementari, mia madre mi ha su­bito indirizzato presso il laboratorio di una sarta molto rinomata tra le signore italiane di Tripoli. È stato sotto la sua guida che ho conseguito una certa pra­tica, come dimostra il fatto che (ancora lo ricordo con una certa apprensione) mi venne presto affidato il compito, al­quanto impegnativo, di effettuare un ta­glio godet sull’orlo di un abito indossa­to da una cliente di riguardo. Quel taglio godet riuscì perfetto e quello fu il mio vero battesimo del fuoco come sarta.

A Tripoli ho conosciuto anche mio ma­rito, siciliano come me, che ho sposato lì all’età di ventiquattro anni e con il quale ho avuto tre figli, condividendo cinquanta anni della mia vita. Era un bravissimo meccanico motorista ed il suo lavoro lo portava spesso lonta­no dalla famiglia, anche per alcuni mesi, quando, in mezzo al deserto, doveva provvedere alla manutenzione dei mac­chinari usati per le escavazioni petroli­fere. Quelli non erano per me momenti facili: rimanevo sola con i bambini, ma cercavo sempre di organizzarmi al me­glio e di farmi coraggio. Quando la mia secondogenita si ammalò di una brutta e ostinata tosse convulsa, la portavo a respirare l’aria marina passeggiando avanti e indietro lungo quel magnifico lungomare di Tripoli, disseminato di palme, che, se chiudo gli occhi, mi sem­bra ancora di vedere. La vita scorreva per noi tutto sommato tranquilla, quando, verso la fine degli anni sessanta, tutto cominciò a peggio­rare. Con l’avvento del regime del colon­nello Gheddafi, nacquero infatti, per noi italiani, problemi di vario genere: difficoltà lavorative, sfratti dalle case popolari che abitavamo, una situazio­ne generale di isolamento. Come tutti i nostri connazionali anche noi venimmo alla fine espulsi da quel Paese, che ave­vamo ormai imparato ad amare e che, nel bene e nel male, avevamo anche contribuito a migliorare, ma nel quale eravamo ormai considerati solo come ospiti abusivi.

L’undici settembre del 1970 ci imbarcammo su un aereo diretto in Italia con un solo bagaglio ammesso di 20 chili a testa.

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