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Categoria: Rugby
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femminileRicordo che negli anni passati, forse 10 o più, si notava come i placcaggi portati erano raddoppiati, cioè uno ti arrivava alle gambe mentre un altro di sdraiava nel tronco. Bene dopo tutto il tempo su descritto, noto che anche la nostra nazionale di rugby adotta questa tecnica, che significa non tanto apportarla ma soprattutto essere presenti in due sul portatore della palla. Tutto questo per dire che probabilmente siamo indietro di 10 o più anni rispetto alla preparazione dei nostri omologhi europei. In questo tempo loro hanno rafforzato, raffinandole, tutte le fasi di gioco, dove nulla è lasciato al caso, anzi.

Professionismo del resto questo significa: sedersi, analizzare tutti i movimenti e ricreare le situazioni di gioco prevedendo per lo meno un paio di scelte per ognuna, per ultimo metterle in pratica alla velocità che il professionismo detta. Per noi il professionismo ha voluto dire attingere su un vivaio creato sulle altezze e sui pesi, scordando poi che l’atleticità mal si conforta con il peso esagerato.

La nostra Nazionale riesce a far giocare male chiunque, ma non basta, e sembra che tutto si limiti a questo. Resistiamo stoicamente 80 minuti, ma come concentrazione e dedizione al gioco viviamo dei buchi paurosi che gli avversari riempiono di mete. Inutile continuare a parlare di attaccamento alla maglia, cuore, appartenenza e tutte quelle cazzate che si raccontano agli Under14 negli spogliatoi, serve disciplina fatta di programmi mirati alla crescita del gioco ancor prima che dei giocatori.

I risultati si vedono fatalmente nell’Under20 (e neanche sempre) e nelle donne che guarda un po’ il professionismo lo vedono da lontano, molto da lontano. A oggi i nostri professionisti sono accreditati alle cronache solo se provenienti dalla Benetton, i Permit Player e le Zebre servono a fare da contorno neanche fossero insalata, tant’è che abbiamo un mucchio di giocatori infortunati, mentre quelli sani vengono convocati per la preparazione e poi rispediti a casa per giocare il campionato europeo. Queste franchigie non dovevano preparare atleti per la Nazionale? E soprattutto se per la Nazionale non sono buoni, inutile tenerli in franchigia, in Accademia e via discorrendo.

Abbiamo bruciato un mucchio di allenatori addossando loro la colpa della nostra non crescita, e ognuno nuovo prometteva entusiasmo e competitività che è venuta sempre a mancare, non certo per loro colpa: ricordo Mallet e Brunnel (il primo allenò i Barbarians all’indomani dell’addio all'Italia e il secondo ha costruito una squadra, la Francia, che fa paura.

Mancano secondo me i veri professionisti, i manager e i tecnici che riescono ad individuare un percorso spalmandolo sulle risorse a disposizione…proprio come avviene nel mondo dei professionale.