SanCamillo 2014

Creato Martedì, 12 Agosto 2014 10:33 | Scritto da Pino'Z |  |  | Visite: 136

Tutto ha inizio molti mesi  fa anche se per l’origine vera e propria bisogna andare sicuramente indietro negli anni. Da molti anni soffro di coxoartrosi che inizialmente offriva qualche raro fastidio, ma negli anni i fastidi si trasformano in dolori sempre più persistenti sino ad arrivare agli ultimi tempi  quando il dolore continuo mi portava ad assumere,  per camminare, pose impossibili. Vivevo o meglio arrancavo sopportando un dolore che ormai faceva parte del mio essere, ma potevo fare ben poco…

 Le visite affrontate negli anni non

facevano altro che far passare il tempo alla ricerca di un chirurgo che potesse ispirare la giusta armonia con l’essere che sarebbe diventato il mio carnefice. Finalmente dopo un lungo peregrinare di dolori e di inviti all’operazione immediata, già proposta 5 anni fa, conosco il chirurgo che avrebbe messo le mani  alla soluzione. Da li ancora una lunga attesa tecnica che è servita in me a creare la giusta convinzione all’impresa, per me  titanica, da affrontare. In questa attesa mi ero convinto che l’atto dell’operazione era quasi un’ulteriore pausa al dolore dopo di che sarebbe iniziata la riabilitazione che credevo veramente dura e impossibile da affrontare. Invece come sempre non avevo capito molto affidandomi a “racconti” di altri pazienti “amici” che mi assicuravano della passeggiata da loro fatta in camera operatoria.

 

Lavoro sino all’ultimo giorno e all’ultimo minuto disponibile, per poi essere subito ricoverato in attesa del mattino successivo, quando sarei finalmente entrato in sala operatoria. Ormai non si tornava più indietro, non era possibile, avevo già fatto la pre ospedalizzazione in quattro fasi, dovevo essere pronto. La mattina dell’intervento inizia con sveglia all’alba e numerose camminate nei corridoi del reparto: inconsciamente sapevo che erano le ultime camminate che mi potevo permettere senza ausili e con il corpo, seppur danneggiato, integro. Verso le sette inizia il calvario: “vestizione” per la camera operatoria, catedere, depilazione…inizia il percorso che per qualche giorno soffrirò più di tutto: la mia  dignità doveva passare per la manipolazione del  mio corpo per mano di perfetti/e sconosciute. Già con il groppo in gola e il morale a pezzi mi  accompagnano nei piani bassi dell’ospedale dove trovano alloggiamento le camere operatorie: nel cammino percorso, ogni addetto mi augura in bocca al lupo e li per li pensavo e apprezzavo la loro buona educazione: non avevo ancora compreso io la gravità della mia operazione, loro sapevano! In attesa di entrare si passa da una sala di preparazione che scoprirò mi ospiterà anche all’uscita dall’operazione.

Dopo aver condiviso questo tempo con persone mai viste, ognuna con la propria croce, ognuna con il suo dramma, mi accompagnano il sala nel mentre intravedo un bimbetto di pochi mesi che avrebbe pure lui, non volendo, condiviso questi luoghi   con tutti noi.

In sala operatoria iniziano ad arrivare tutti i partecipanti al party, mi preparano, mi piazzano bloccandomi in una posa a me innaturale, arriva il primario, mi saluta mentre l’anestesista comincia ad armeggiare intimandomi di favorirla nell’operazione che le competeva, dopo un po’ buio totale…arrivederci

Al risveglio ho  le gambe addormentate, una è coloratissima di rosso, mi giro con il collo e vedo un tavolo enorme pieno zeppo di tutti gli utensili, appena usati dai carnefici, grondanti sangue…il mio. Mi riportano nella sala di prima e attendiamo qualche minuto, domando subito che ore sono e mi accorgo che sono stato assente due ore e mezzo circa. La testa è lucida, il corpo fresco dolori assenti sembra quasi una buona sensazione. Arrivo in stanza, fortunatamente sono solo, in compagnia del lettino, qualche flebo e qualche tubicino sparso, dolori assenti…arriva nel frattempo Catia. Nei racconti l’emozione mi vince più volte e con le lacrime le racconto il disagio provato nella manipolazione subita alla mia dignità.

Man mano che passano le ore   aumentano  i dolori, le gambe si cominciano a sentire, i testicoli meno, brutta sensazione. I dolori dureranno per altri tre giorni filati, vengo a sapere che è la normalità della situazione, che l’operazione subita è cosa importante, che ”in giornata tre” è normale avere e subire dolori fortissimi, anche se il corpo gode di un’iniezione continua di morfina. Sabato mattina viene a trovarmi Antonio che entra in stanza insieme alla fisioterapista; sono ancora nudo, altro disagio che Antonio comprende al volo e bypassa mettendomi gli slip: gesto insperato e apprezzatissimo. La terapista passa il tempo a infondere i consigli di postura del caso e a movimentarmi la gamba che raggiunge già, senza dolori,   angolazioni laterali sconosciute a me negli ultimi anni. Il lunedì mattina arriva un altro terapista che mi fa mettere seduto, la testa gira ma  dicono sia tutto nella norma. L’indomani mattina mi fa salire su un trespolo che chiamano deambulatore, e mi permettono i primi passi con mia gioia infinita. Lo sforzo è per me biblico, sudo sino quasi al collasso ma il terapista con naturalità mi invita e sedere ricordandomi l’importanza di ciò che avevo passato, gran personaggio! Si chiama Fabio

Mi comunicano che la mia sosta in ospedale è terminata e sarò trasferito in una clinica di riabilitazione, il tutto avviene nella giornata di mercoledì, sette giorni esatti dall’operazione. Dall’ambulanza vedo il percorso attraverso le strade di Trastevere, Ostiense, Appia  e trovo compagnia nell’infermiera che mi accompagna con la quale parliamo un po’ un per cacciare la noia, un po’ per una simpatia, un po’ perché è il mio primo contatto al di fuori dell’ospedale.  Si arriva alla clinica, formalità di accettazione, mi danno un letto, arrivano i primi medici, il pranzo e la comunicazione che tutto avrebbe inizio l’indomani mattina con una lastra “d’accettazione”: devono sapere se sono entrato integro nella protesi o meno.

L’indomani mattina presto mi fanno scendere in sala RX e appena dopo in camera mi comunicano che la protesi è arricchita di un paio di viti che facendo da innesto osseo, offrono maggior supporto alla protesi stessa. La complicazione che questi oggetti hanno un periodo di ossificazione più lunga per la quale alla gamba non si potrà dare un carico completo da subito. Sul tempo da dedicare a questo processo si innesta un leggero braccio di ferro con la fisiatra e alla fine si decide di dare un carico “sfiorante” alla gamba per i primi giorni per poi passare a carichi maggiori. Da subito la mia mobilità è affidata a una sedia a rotelle che mi muoverà per diversi giorni.

All’interno della struttura che mi ospita trovo una popolazione  variegata sia per estrazione che per anzianità. I primi giorni li passo più o meno in solitudine relazionandomi solo con qualche vecchietto più vispo e simpatico, ma sale un inizio di depressione che difficilmente riesco a contrastare nonostante il calore di Simone e Catia. Nei giorni  i personaggi cambiano, arriva qualche coetaneo: qualcosa cambia, qualcuno si accorge del mio atteggiamento e vengo invitato con naturalezza a condividere con loro un’esperienza che è la loro stessa. Nasce un rapporto che una volta si chiamava di “mutuo soccorso”: chi prima chi dopo soffriva qualche dolore strano, qualche decisione medica non felice, qualche progresso che tarda a venire, alcuni non hanno familiari così presenti. In questa fase scatta il soccorso naturale degli altri e con naturalezza si abbandonano le lacrime per tornare ai blandi ritmi scanditi in queste mura.

Si acquista con lentezza sempre più autosufficienza, i dolori si gestiscono  meglio, i progressi si vedono nella gioia che esprimono i tuoi cari nel vederli: ma ancora bisogna fare i conti con vergogne provate, saranno le ultime ma pur sempre dure.

In terapia il lavoro è concentrato in un paio di ore al giorno, poche ma intense. Il primo mezzo, la carrozzina, ci accompagnerà per circa una settimana per far posto a un deambulatore che ci fa sembrare dei bimbi di un anno dentro il girello. La fatica aumenta i risultati pure, è di queste ore la prova del cammino con le stampelle altra gioia infinita: la prima gioia immensa la si prova quando si passa dal letto a stare seduti,  poi quando ci si alza, e qualcuno dice “ ammappa quanto sei alto!”, e si conquistano piano piano punti di  vista sempre più alti.  Segue…

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